un “NO” utile
Referendum sulla giustizia: ha vinto il “No”. E per fortuna
La vittoria del “No” al referendum sulla riforma della giustizia non è stata né sorprendente né tantomeno casuale. È stata, al contrario, la conseguenza naturale di una proposta presentata con un metodo sbagliato e che già sul piano tecnico appariva fragile, disorganica e, per molti versi, pericolosamente semplificata. Non si è trattato di un rifiuto ideologico del cambiamento, ma di una reazione lucida a una riforma che pretendeva di intervenire su un equilibrio costituzionale delicatissimo senza spirito costituente condiviso e senza offrire garanzie adeguate né soluzioni realmente convincenti.
Il cuore della riforma, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, è stato raccontato come una panacea capace di risolvere storture storiche del sistema. In realtà, dietro questa narrazione si nascondevano interrogativi profondi rimasti senza risposta, a partire dal rischio concreto da un lato di creare e costituzionalizzare la figura del pm super poliziotto, dall’altro, per converso, di indebolirne l’autonomia e di esporlo a condizionamenti esterni. Una riforma che, nel dichiarato intento di rafforzare l’imparzialità, finiva per mettere in discussione proprio quei presìdi di garantismo e indipendenza della magistratura che la Costituzione tutela con maggiore rigore.
Ma il limite più evidente non è stato solo tecnico. È stato politico. Il dibattito è stato ridotto a slogan, a contrapposizioni semplicistiche, a una rappresentazione caricaturale della magistratura che ha finito per impoverire il confronto pubblico e alimentare un derby tra opposte tifoserie. Non a caso, in maniera inedita ed eloquente, è intervenuto il Capo dello Stato. In questo clima, le prese di posizione di Carlo Nordio e di Giusi Bartolozzi hanno contribuito più a irrigidire le posizioni che a chiarire i nodi reali della riforma, dando spesso l’impressione di una costruzione più ideologica che giuridica, di uno strumento per regolare dei conti, per poter esclamare alla fine “Politica 1 – Magistratura 0”. E quando si mette mano alla Costituzione con questo approccio, il risultato difficilmente può essere diverso da quello che abbiamo visto.
Il voto ha così assunto un significato che va oltre il merito delle singole norme. È stato un giudizio sul metodo, sulla superficialità con cui si è pensato di poter intervenire su un sistema complesso, sulla pretesa di semplificare comunicativamente ciò che per sua natura semplice non è. Il “No” è diventato, inevitabilmente, un argine, anche a futura memoria.
Spiace per i tanti che, in buona fede, hanno sostenuto le ragioni del sì e attendevano una riforma simile da decenni. A loro si doveva un metodo diverso, una riforma scritta meglio e più condivisa, uno spirito riformatore non ideologico né demagogico.
Intanto, proprio mentre si assorbono gli effetti di questa bocciatura, arriva un altro segnale politico tutt’altro che secondario: le dimissioni di Daniela Santanchè. Dimissioni che, al di là delle versioni ufficiali, appaiono difficilmente separabili dal contesto di queste ore. Perché fino a ieri Santanchè era ritenuta perfettamente idonea a ricoprire il ruolo di Ministro; oggi, improvvisamente, non lo è più. E il cambio di passo coincide, non casualmente, con la sconfitta referendaria.
È difficile non leggere in questa scelta la mano di Giorgia Meloni, più che una decisione spontanea. Una mossa politica, forse per alleggerire la pressione, forse per offrire un segnale, ma che solleva più di una perplessità. Perché il punto non è nemmeno l’opportunità politica delle dimissioni. Il punto è la coerenza. Se una persona è adeguata a fare il Ministro, lo è anche il giorno dopo un referendum. Se non lo è, non lo era neppure prima.
In questo senso, non stupisce che Santanchè rivendichi la propria posizione, ricordando di non avere condanne in atto. Ed è una osservazione che, piaccia o meno, coglie un nodo reale: l’uso variabile del criterio politico, del garantismo brandito a seconda seconda delle convenienze del momento. È l’emblema dell’agire politico alimentato dai sondaggi e dai titoli dei giornali, già evidente, tristemente, dalla proliferazione di reati inutili in coincidenza con fatti di cronaca.
Ed è proprio qui che il risultato referendario assume un significato ancora più netto. Perché viene spontaneo chiedersi cosa sarebbe accaduto se, con questo stesso approccio, con questa stessa gestione politica, avesse vinto il “Sì”. Quale tipo di riforma sarebbe entrata in vigore, e soprattutto da quali mani sarebbe stata gestita.
In alcune analisi emerge anche un altro dato politicamente interessante: una quota non trascurabile di elettori del centrodestra avrebbe votato “No” o si sarebbe astenuta. Questo può indicare la presenza di un elettorato conservatore ma istituzionale, poco incline ai conflitti tra poteri dello Stato, sensibile alla tutela della Costituzione e diffidente verso posizionamenti nazionali e internazionali percepiti come troppo radicali o plebiscitari (l’amicizia con Orban poteva giovare alle ragioni del sì?). Un segmento che, pur sostenendo governi di area, resta attento agli equilibri istituzionali e alla stabilità internazionale.
Resta poi l’interrogativo sul campo opposto. La vittoria del “No” potrebbe indurre la sinistra a leggere il risultato come un anticipo delle politiche del 2027. Il rischio, tuttavia, è quello di adagiarsi su una vittoria difensiva, puntando più sulla mobilitazione contro la destra che sulla costruzione di un programma di governo organico e credibile.
Alla fine, al di là di tutto, resta una considerazione semplice: meno male che ha vinto il “No”.
Valentina Pegorer

