Repubblica incompiuta

Ottant’anni fa le donne italiane conquistarono il diritto di voto. Da allora abbiamo imparato a celebrare quella data come una tappa fondamentale della nostra democrazia. Eppure, a volte, viene da chiedersi se la vera conquista sia stata il diritto di entrare nelle stanze del potere o semplicemente il diritto di osservarle dall’esterno.

Perché la parità è una parola bellissima. La troviamo nella Costituzione, nei convegni, nei programmi elettorali, nei discorsi ufficiali pronunciati ogni anno in occasione dell’8 marzo o della Festa della Repubblica. Molto più difficile è trovarla nei luoghi dove si distribuiscono incarichi, responsabilità e potere.

La verità che raramente viene detta ad alta voce è che molte donne non chiedono privilegi. Chiedono semplicemente che il merito venga applicato con lo stesso rigore per tutti.

Per decenni abbiamo assistito alla promozione di uomini mediocri che occupavano posizioni di vertice non perché fossero i migliori, ma perché appartenevano alla rete giusta, frequentavano le persone giuste o semplicemente perché corrispondevano al profilo tradizionale del dirigente: maschio, rassicurante, già inserito nel sistema.

Nelle società partecipate, negli enti pubblici, negli organismi di rappresentanza, nei consigli di amministrazione, quante volte abbiamo visto uomini arrivare a ruoli importanti senza che nessuno si interrogasse davvero sulle loro competenze? Quante volte abbiamo assistito alla riproduzione degli stessi gruppi dirigenti, delle stesse relazioni, degli stessi meccanismi di cooptazione?

E contemporaneamente quante donne preparate, laureate, competenti, con esperienza professionale e amministrativa, sono rimaste fuori dai luoghi decisionali?

Esiste poi un fenomeno ancora più sottile. Le donne vengono cercate quando serve dimostrare sensibilità verso la parità di genere. Quando occorre completare una lista, rispettare una quota, mostrare attenzione all’inclusione. In quei momenti la competenza femminile diventa improvvisamente preziosa. Ma troppo spesso si tratta di una presenza richiesta per legittimare decisioni già prese altrove.

La donna competente viene chiamata. Purché non disturbi gli equilibri consolidati.

Eppure il problema non riguarda soltanto le donne. Una società che premia l’appartenenza invece del merito danneggia tutti. Ogni volta che una persona competente viene esclusa, perde l’intera collettività. Ogni volta che un incarico viene assegnato sulla base delle relazioni anziché delle capacità, si indeboliscono le istituzioni.

Forse il punto è proprio questo. Ottant’anni dopo il primo voto delle donne non abbiamo più bisogno di sentirci dire che le donne possono fare tutto. Lo sappiamo già. Lo dimostrano ogni giorno nelle professioni, nelle imprese, nelle amministrazioni, nelle università.

Quello che manca è il coraggio di riconoscere che il problema non è l’assenza di donne competenti. Il problema è la straordinaria tolleranza che ancora riserviamo all’incompetenza maschile quando occupa posizioni di potere.

La vera parità arriverà quando una donna non sarà considerata una scelta coraggiosa e un uomo non sarà considerato automaticamente una scelta naturale. Quando il merito smetterà di avere un genere.

Forse allora potremo dire di aver completato il cammino iniziato nel 1946.

Valentina Pegorer