Giovani, serve un ascolto sincero
Quando si parla dell’approccio dei giovani alla politica è facile generalizzare, prima di tutto perché i “giovani” non sono un gruppo omogeneo e compatto, e le fasce d’età che ricadono sotto questo termine ombrello variano a seconda di chi lo utilizza.
Fatta questa premessa, è innegabile il fatto che il rapporto della mia generazione alla politica sia diverso rispetto alle generazioni precedenti, ma è una diversità che a mio parere non significa automaticamente disinteresse. Un basso numero di iscritti nei partiti si spiega con la percezione di una distanza tra i partiti stessi e gli stimoli provenienti dalle nuove generazioni, ma sarebbe sbagliato dire che in questi anni non ci siano stati dei cambiamenti. Sempre più partiti cercano di rilanciare la popolarità tra i giovani, spingendo soprattutto sui social figure più vicine e “accattivanti” e potenziando le loro associazioni giovanili: Giovani Democratici, Forza Italia Giovani, Gioventù Nazionale organizzano eventi per incoraggiare la partecipazione giovanile con discreto successo.

Al di là di quelli che partecipano attivamente, che rimangono una percentuale limitata, moltissimi sono i miei coetanei che si informano sulla politica attraverso canali non tradizionali: non tanto leggendo i giornali o guardando la TV, ma seguendo pagine di informazione sui social, ascoltando podcast, guardando video su YouTube.
Differentemente da quanto si crede, i social non sono affatto un luogo apolitico: anzi, è difficile non imbattersi in contenuti politici, che vengono veicolati dall’algoritmo indipendentemente dalla volontà dell’utente. Questo può dare adito ad un problema diverso – quello delle “eco Chambers”’, o “camere di risonanza”. Dato che l’algoritmo tende a proporre all’utente contenuti simili a quelli con cui ha già interagito, è facile che l’esperienza e la percezione del singolo siano falsate, le sue
convinzioni rinforzate, l’abitudine ad entrare a contatto con idee diverse indebolita: terreno fertile per la polarizzazione che caratterizza questa epoca. Questo gruppo di persone (più o meno) informate mostra capacità di mobilitarsi quando ci sono cause che sentono a sé vicine – esempio lampante è stato l’ultimo referendum, in cui il voto della generazione Z ha toccato percentuali più alte rispetto alle altre fasce d’età.
Detto questo, oltre a chi partecipa e si informa, è innegabile che esista anche chi mostra disinteresse verso la politica: per ragioni storiche e culturali, la mia generazione è stata cresciuta con l’idea che il futuro dipenda più dallo sforzo individuale per costruirsi una strada propria che dalla messa in pratica di una visione collettiva per il benessere comune. Eppure, come ricordato in apertura, i “giovani” sono un gruppo eterogeneo, e sarebbe un errore scambiare questa tendenza per una caratteristica universale. La volontà di partecipare e la consapevolezza del presente non mancano: mancano, semmai, gli strumenti per convogliarle.

Per colmare questa distanza, il primo passo è quello dell’ascolto sincero da parte di chi fa politica: le istanze delle nuove generazioni esistono, sono diffuse e condivise, e appartengono tanto a coloro che già si mettono in gioco quanto a chi partecipa solo attraverso likes e condivisioni. Queste istanze meritano di essere trasformate in agenda politica concreta, non ridotte a strumento di comunicazione: il coinvolgimento non si ottiene corteggiando i giovani sui social, ma dimostrando che la politica ha ancora qualcosa di reale da offrire alle loro vite.
Alessandra Bacchetti

