Vince la casta

Passata l’ubriacatura post referendaria che ha visto le procure italiane trasformate in balere di champagne, Bella Ciao e giubilo collettivo e, a Piazza del Popolo a Roma i compagni del campo largo festeggiare con fuochi d’artificio e Belle Ciao, vediamo di esaminare a bocce ferme le conseguenze del NO.

E lo facciamo affermando che l’opposizione alla riforma è stata di pretta natura politica. Alla riforma sono state opposte motivazioni secondarie, illazioni, congetture e vere e proprie menzogne. Il merito non è mai stato affrontato anche perchè la stragrande maggioranza dei sostenitori del NO era stata in passato favorevole a questo tipo di riforma formulata inzialmente nel 1989 da Giuliano Vassalli, partigiano di sinistra, giurista e parlamentare.

E veniamo al merito, che anche i non togati cui ritengo di appartenere ne comprendono la rilevanza. Poche osservazioni cui si oppongono le verbose elucubrazioni dei sostenitori del NO.

  1. a-  Separazioni delle carriere. Allo stato attuale procuratori e giudici provengono da persone che hanno fatto gli stessi studi, lo stesso concorso, appartengono alla stessa associazione, l’ Associazione Nazonale magistrati (ANM). Sono inamovibili (sic!) e vengono “gestiti” dal Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) e giudicati da un organo dello stesso CSM. Insomma senza giri di parole si possono comportare, non tutti per fortuna, come “compagni di merende” che fanno al loro interno quello che vogliono.
  2. b-  Con la riforma ci sarebbero state due carriere distinte: studi, concorsi, associazioni, organi dirigenti separati: un CSM per i procuratori uno per i giudici. Sedi di affiliazione differenti. Quindi i giudici sarebbero stati effettivamente magistrati “terzi” con niente in comune con gli accusatori.
  3. c-  Inoltre, la riforma prevedeva la costituzione di un’Alta Corte Disciplinare organo stabilito per giudicare le violazioni disciplinari dei magistrati ordinari, sottraendo questa funzione al Consiglio Superiore della Magistratura (CSM).

Tutto qui. Illazioni, sospetti, congetture dei sostenitori del NO nulla avevano a che fare con la riforma costituzionale. Si riferivano a leggi e norme di applicazione successive alla riforma, emanate dal/i governo/i in carica.
Per l’Italia le conseguenze del NO ora saranno il governo delle toghe e la supplenza giudiziaria di questa autoproclamatasi élite di “ottimati”.

Giulio Meotti, giornalista de Il Foglio nel suo blog afferma: “Ci aspetta una giustizia fallita che scoraggia gli investimenti stranieri. Processi mediatici che distruggono reputazioni prima ancora della sentenza. Una “discrezionalità” che permette di perseguitare il politico avverso con accanimento e di archiviare le malefatte del compagno con eleganza. Un’élite che si autoproclama “custode della legalità” mentre difende con ferocia il proprio privilegio di casta: stipendi, pensioni, immunità, carriere decise tra colleghi”.

Un’ultima osservazione: i sostenitori del NO che accusano ad ogni piè sospinto il governo di essere fascista hanno confermato una norma voluta dal guardasigilli fascista Dino Grandi del 1941. Non grandi speranze per il futuro del nostro Paese se prevale questa visione retriva e immobilista. E meno male che si definiscono di area progressista!

Pietro Dri