Province da condividere
In vista del dibattito di lunedì 4 maggio, alle 18, alla Torre di S. Maria a Udine, pubblichiamo la sinossi dell’intervento del dottor Giovanni Bellarosa, uno dei relatori.
L’ introduzione nell’ordinamento regionale degli enti di area vasta destinati ad assumere il nome di Province non va considerato come la “restaurazione” di un Istituto soppresso dieci anni orsono. L’ auspicio ed anzi la necessità è che venga colta questa occasione per rendere più moderno ed efficiente il sistema pubblico del Friuli Venezia Giulia dopo oltre sessanta anni, tanti sono trascorsi dal concreto avvio degli organi rappresentativi previsti dallo Statuto di autonomia, di esperienza regionale. Oggi si presenta, dunque, una occasione sostanzialmente unica per rinnovare non solo il livello istituzionale intermedio ma anche per avviare un riflessione sul ruolo al quale è chiamata la Regione stessa. E’ evidente infatti che il susseguirsi e il sovrapporsi delle leggi regionali nei diversi settori, dovuta ad una esigenza, talvolta invero eccessiva, di regolamentazione, se, da un lato, ha proficuamente esteso l’intervento pubblico in ambiti prima non considerati, ha, per converso, complicato le preesistenti modalità di gestione ed ha appesantito l’azione degli assessorati regionali. Ad essi sono stati affidati interventi di gestione diretta delle risorse pubbliche, che mal si conciliano con le funzioni primarie spettanti ad un ente di legislazione, piuttosto che di amministrazione. Non si dimentichi infatti che lo Statuto, al capo secondo del Titolo secondo, riservato appunto alla disciplina della “potestà amministrativa”, privilegia per questa parte le competenze degli enti locali, Province e Comuni, mentre appunto riserva alla Regione la potestà legislativa. Si tratta di una distinzione fondamentale posta dallo statuto sostituzionale a fondamento del governo locale, che ha così anticipato quel principio di sussidiarietà ben prima che la stessa Unione europea ne rilevasse il valore.
L’obiettivo primario deve essere quello di avvicinare il cittadino alle Istituzioni e di perseguire ogni possibile soluzione per ridurre le barriere burocratiche. Queste rappresentano infatti il vero ostacolo che rende difficile oggi il dialogo tra società civile ed istituzioni.
La creazione di un ente intermedio come si sta facendo ora nella nostra Regione pone un ulteriore il problema: l’individuazione delle rispettive circoscrizioni. Questo aspetto dovrebbe essere affrontato evitando la riproduzione meccanica delle articolazioni territoriali pregresse che oltretutto, per buona parte, non corrispondono più alle effettive necessità dei territori e all’esigenza di garantire l’omogeneità funzionale delle competenze conferite. L’articolo 2 della legge di modifica dello statuto prevede quindi che l’istituzione dei nuovi enti deve avvenire “intese le popolazioni interessate” che, in questo caso, coincidono con la popolazione regionale la cui consultazione appunto dovrebbe poter fornire quelle indicazioni, sia pur non vincolanti, che sono comunque utili per una riforma condivisa.
Giovanni Bellarosa

