il franchising del mangia e bevi
Amo un buon bicchiere di vino e, lo ammetto, a volte non mi fermo a uno. Non ho nulla contro la convivialità e le tradizioni enogastronomiche che fanno parte della nostra cultura. Proprio per questo, però, è necessario distinguere tra il consumo consapevole e la scelta – sempre più diffusa – di trasformare l’alcol nel fulcro degli eventi pubblici patrocinati dalle amministrazioni comunali.
Non si tratta di demonizzare vino o birra, né di mettere sotto accusa le sagre, spesso autentici momenti di comunità. Ben vengano, anzi, gli eventi legati a territori che da sempre costruiscono la propria identità anche attraverso produzioni di qualità: quando un’iniziativa nasce da una storia reale, valorizza ciò che esiste e rafforza il legame tra comunità e territorio.
Il punto critico è un altro: la crescente tendenza a inventare eventi senza alcuna radice culturale, pensati unicamente per attirare consumatori. Manifestazioni preconfezionate, replicabili ovunque, una sorta di “franchising del mangia e bevi” che finisce per appiattire le differenze invece di valorizzarle. Così facendo si rischia persino di danneggiare quelle specificità locali che meriterebbero di essere promosse e difese. Perché se tutto diventa intercambiabile, nulla è più davvero identitario.
Eppure la questione non è solo culturale, ma anche sociale. I dati più recenti dell’Istituto Superiore di Sanità ci ricordano che oltre un milione di giovani tra gli 11 e i 24 anni consuma alcol con modalità considerate a rischio per la salute. Tra i minorenni si contano centinaia di migliaia di consumatori e il fenomeno del binge drinking resta tutt’altro che marginale. Numeri che non possono lasciare indifferenti e che dovrebbero almeno invitare a una riflessione sul messaggio complessivo che le istituzioni trasmettono.
È qui che entra in gioco il significato del patrocinio pubblico. Non è mai un atto neutro: è, implicitamente, una dichiarazione di ciò che una comunità sceglie di valorizzare. Un’amministrazione dovrebbe quindi chiedersi non solo quante persone riesce a portare in piazza, ma anche quale idea di socialità sta promuovendo.
Puntare quasi esclusivamente su formule facili rischia di diventare una scorciatoia. Funziona nell’immediato, ma costruisce poco. Le alternative esistono, ma richiedono progettualità, creatività e una visione più ampia dello spazio pubblico — capace di mettere al centro la qualità delle esperienze e non solo la loro capacità di attrarre.
Nessuno invoca divieti né una socialità “sterilizzata”. Si tratta piuttosto di riportare l’alcol al suo posto naturale: qualcosa che può accompagnare un momento pubblico, non definirlo.
La domanda finale è semplice: vogliamo limitarci a riempire le piazze o costruire occasioni capaci di lasciare valore alla comunità? Perché una comunità matura non è quella che rinuncia al brindisi, ma quella che non ha bisogno di farlo diventare il centro di ogni festa.
Valentina Pegorer

