La via friulana al Terzo Mandato

La questione del Terzo Mandato, nonostante il rischio di diventare un tormentone mediatico, ha particolare significato in Friuli Venezia Giulia, dove il “laboratorio politico” si era già misurato sul tema, trovando una soluzione accettabile, capace di superare in qualche modo sia la crisi della partecipazione, sia la tendenza al ridimensionamento degli attori della democrazia.
C’è un primo dato incontrovertibile: l’abitudine tutta italiana è quella di prevedere sistemi elettorali ‘sartoriali’ e cioè non finalizzati a un assetto istituzionale duraturo e condiviso.
La coalizione vincente, magari lasciata l’opposizione, tenta sistematicamente di cambiare il meccanismo di voto per confermarsi alla prossima tornata, disorientando il cittadino, spesso senza garantire la governabilità: è accaduto con il Mattarellum nel 2001; nel 2006, 2008, 2013 con il Porcellum; nel ’18 col Rosatellum; l’Italicum di Renzi cadde per referendum.
Senza dimenticare che l’ondata ‘moralista’ che spazzò la prima Repubblica, inoltre, si accanì anche sul sistema elettorale proporzionale con le preferenze, bollato come fonte di degrado e corruzione. Oggi il proporzionale torna in un utile dibattito legato alle preferenze: il cittadino deve poter sapere chi vota. Corsi e ricorsi.
Ma perché cambiare modalità di voto? E’ sotto gli occhi di tutti la disaffezione alla partecipazione elettorale (clamorosa quelle delle ultime Regionali). Il Presidente Mattarella ha però acutamente segnalato che l’astensionismo può essere ridimensionato non con meccanismi tecnici ma portando i cittadini alle urne.
Il riferimento era sicuramente rivolto al disegno di legge nazionale che prevede nei Comuni sopra i 15 mila abitanti l’abolizione dei ballottaggi, se un candidato dovesse raggiungere il 40% dei voti. La nostra Regione ha bruciato i tempi e ha legiferato in tal senso visto che la gente non va a votare soprattutto al secondo turno, e questo, aggiungo, pare penalizzi il voto del centrodestra.
Difficile non pensare ad una iniziativa su misura dopo la vittoria a Udine di una coalizione non in sintonia con quelle che governano la Regione e le altre città capoluogo.
Una riflessione -aggiungo – andrebbe doverosamente fatta sul voto al primo turno che a Udine ha premiato Fedriga, ma ha anche dato cjrca 10 punti percentuali di scarto De Toni su Fontanini.
Il ragionamento sul terzo mandato si nutre purtroppo di elettori sempre più lontani dalla cosa pubblica, di umori partitici.

Una parte sostiene che il terzo mandato servirebbe a confermare un Presidente che ben ha governato, fornendogli continuità. E comunque, in caso contrario, bocciarlo.
Ma il punto vero non è la persona, è la gestione del potere.

Nei sistemi presidenziali democratici (Stati Uniti su tutti) i due mandati sono previsti come contrappeso ad un sistema che, per assicurare la governabilità, concentra su di una persona più o meno tutti i poteri.
Il limite dei mandati diventa quindi un elemento di salvaguardia della democrazia e dell’alternanza, evitando – da noi per esempio – il sicuro vantaggio competitivo su qualsiasi candidato-sfidante.
Ma torniamo a noi. Ormai vota meno della metà degli aventi diritto con i partiti in crisi di rappresentanza, mentre l’elezione diretta porta ad una forte personalizzazione della politica. Inevitabili conseguenze sul meccanismo democratico.
Accade così – in Veneto e FVG – che nascano le “liste del Presidente”, numerosi assessori non hanno partecipato alla competizione elettorale o non sono stati eletti. Non un luminoso esempio di democrazia, una certa possibilità di “ricatto” politico.
L’azione politica e amministrativa dovrebbe essere orientata ai due mandati e senza scorciatoie dovrebbe essere usata per preparare il futuro invece di pensare di cambiare le regole del gioco in corsa.
Chi scrive è sempre stato per il proporzionale, ma se proprio si vuole superare il limite dei mandati, si metta mano alla legge elettorale a livello regionale forti della competenza primaria che lo Statuto ci assegna. Andrebbe prevista l’indicazione del Presidente all’interno di una coalizione con la previsione sia del premio di maggioranza che della sfiducia costruttiva. Sono norme bocciate dal referendum abrogativo del 2002 (a proposito di ‘sartorialità’ voluto dalla sinistra che oggi sbraita contro il presidenzialismo), affossata senza quorum dal 20% dei votanti. Da lì è partita l’elezione diretta voluta da Illy con una fortissima previsione tendente al bipolarismo ‘coatto’.
Il recupero di quella modalità di voto è ancora possibile, permetterebbe la ricandidatura del Presidente uscente e supererebbe l’attuale bipolarismo forzato pur garantendo governabilità. L’obbiettivo ineludibile è ridare fiato alla politica e alla rappresentanza dei partiti.
Si può fare.
Alessandro Colautti